UN CASTELLO IN ITALIA

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E’ la settimana delle ragazze che parlano di sé, devono averle gettate nella mischia per contrastare il distico del poeta barese Checco Zalone: “Che senso avrà questo sole al tramonto / se torno a casa e non trovo pronto” (nel mentre, gli scrittori baresi si cimentano con “Il bordo vertiginoso delle cose”). Solo per definire il genere, che entrambe praticano a regola d’arte. Sia Julie Delpy, cosceneggiatrice e attrice di “Before Midnight” (vedi articolo a fianco). Sia Valeria Bruni Tedeschi, nel triplo compito di sceneggiatrice (con Noémie Lvovsky e Agnès de Sacy), attrice e regista in questo film, il terzo dopo “E’ più facile che un cammello…” e “Attrici”. Sapevamo già che nella villa dei ricchi emigrati a Parigi si cantava l’Internazionale, che a cena era invitato un italiano figlio di operai e aspirante regista, che la figlia bionda era preferita alla figlia bruna con chitarra e un fil di voce. La bionda veniva lasciata dai fidanzati (“ha detto che sono gelida come un lago svizzero”) e protestata dai registi, dopo che alle prove faceva l’isterica chiedendosi il suo personaggio era destro o mancino. La mamma era una signora capace di battute svagate e feroci. Qualità rarissima e preziosa, l’autoironia, spinta al massimo in “Un castello in Italia” e rinforzata da un cast che recita in ruoli gemellati con la propria vita. L’unico estraneo alla famiglia è Filippo Timi, il fratello malato di Aids che decide di sposarsi in ospedale. Louis Garrel fa il fidanzato (non mancano un paio di accenni alla sua famiglia d’origine: papà Philippe aveva un film alla mostra di Venezia, in bianco e nero sessantottino, “La jalousie”). Marisa Borini suona il pianoforte e tratta con lo stesso piglio la servitù e la Madonna. Girare tre film in dieci anni dà il tempo necessario per rifinire i toni: tutti abbiamo aneddoti e lessico familiare, per farli risplendere sullo schermo servono tempo e fatica, anche se poi il risultato simula la presa diretta. Non provateci per l’esame di diploma alla scuola di cinema, se non avete una costumista che sa scegliere i giusti abitini a fiori per una quarantenne smaniosa di maternità. C’è da vendere il castello in Piemonte, papà ha lasciato debiti e quadri di Bruegel bisognosi di un restauratore. C’è da elaborare un lutto, aggravato da un legame quasi incestuoso. C’è la rivalità tra madri e figlie. Tutto virato in commedia: a ridere sulle sciocchezze non c’è gusto.